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I VIAGGI DI GULLIVER DI JONATHAN SWIFT
( a cura della Prof.ssa Aura Schintu )
Questo romanzo può essere letto sia come la cronaca di un viaggio fantastico, che ricorda da vicino i resoconti delle esperienze di viaggio, ma anche come la parodia di quello stesso tipo di narrazione. In realtà I viaggi di Gulliver sono molto di più, si possono infatti leggere in chiave filosofica, come una lucida ed amara verifica dei valori della “civiltà” inglese dei suoi tempi. All’inizio del romanzo troviamo il protagonista-narratore Gulliver orgoglioso ed entusiasta di appartenere ad una società moderna ed avanzata dove la “Ragione” ha fatto grandi conquiste.

  Ma il lungo peregrinare per mare e gli straordinari incontri con civiltà diversissime e non sempre umane, è il caso degli Houyhnhnm società composta da cavalli intelligenti ( di cui parla nell’ultimo capitolo della sua opera), lo portano a formulare un giudizio assolutamente negativo sull’uomo, che non riesce a vedere, mascherati dal proprio orgoglio, gli istinti bestiali che si trovano in ogni sua azione. Swift unisce così alla narrazione delle avventure fantastiche di Gulliver una satira filosofica spietata che mira a distruggere ogni pretesa di progresso “naturale” di una civiltà che, esaltando la ragione come massimo valore, ha dimenticato di sottoporla ad un limite morale.

In Swift la narrazione è fortemente ironica, E questo nasce dall’assenza di commento a situazioni paradossali o dalla pura giustapposizione di segmenti logici contrastanti illuminati dall’accostamento. Viceversa quando il commento è presente l’ironia è creata dalla sua inadeguatezza, esemplare è il brano in cui  Gulliver commenta, rivolto al lettore inglese il rifiuto inorridito del re di Brobdingnagg nei confronti della polvere da sparo:

“ Strano effetto di principi angusti e di corte vedute.

 Ecco che un principe dotato di tutte le qualità meritevoli di venerazione, amore e stima, ricco di doti virili, di grande saggezza, di profondo sapere, di ammirevoli attitudini a governare, e quasi adorato dai suoi sudditi, per un inutile scrupoletto, assolutamente inconcepibile in Europa, si lasciava sfuggire dalle mani un occasione che lo avrebbe reso padrone assoluto della vita, della libertà e delle sostanze del suo popolo. Né dico questo con la minima intenzione di sminuire le numerose virtù di quell’eccellente sovrano la cui figura, me ne rendo conto, ha già preso in gran parte la stima del mio lettore inglese, ma considero tal difetto fra quelli propri dell’ignoranza di quel popolo, che non ha saputo elevare la politica a dignità di scienza, come hanno fatto i più acuti spiriti europei. (…).

 Assai difettosa è la cultura di questo popolo, consistendo solo nella morale, nella storia, nella poesia e nelle matematiche, discipline in cui bisogna riconoscere la loro eccellenza. Ma l’ultima di queste è totalmente applicata a ciò che può essere utile alla vita, al miglioramento dell’agricoltura e della meccanica, cosa che, fra noi, avrebbe assai poco credito. Mai mi riuscii a far entrar loro in testa il minimo concetto di idee, astrazioni e trascendenze.” [1]

 In questo brano oltre all’ironia swiftiana di cui abbiamo parlato, possiamo notare anche il giudizio severo dell’autore nei confronti della società inglese che nonostante l’apparente elogio viene

disintegrata dal confronto con la società virtuosa e praticamente perfetta dei Brobdingnagg, che rappresenta l’ideale perfetto di società, quasi un “Utopia” in chiave Swiftiana dove la morale tempera gli eccessi di una ragione troppo libera e sconsiderata e dove i sovrani si occupano del bene del popolo. Inoltre è da mettere in luce la critica tipicamente illuministica alla metafisica astratta e trascendente delle ultime righe del passo su citato.

 Ma nonostante questo scorcio illuminista, Swift si pone in polemica con i suoi contemporanei, egli, se da un lato si era avvalso del concetto del tutto moderno della “relatività”, cambiando le dimensioni degli esseri umani e la proporzione tra i fatti, e quindi cambiando anche il giudizio sui fatti stessi, dall’altro “ciò non toglie che, lillipuziana o gigantesca, l’umanità sia sempre ridicola e abietta. Da Voltaire, che forse trasse ispirazione da lui per il Micromegas, Swift si distingue proprio per il giudizio disperato sulla condizione umana; se il suo è il secolo dei lumi, egli non v’appartiene, al progresso lui non ci crede.”[2]. Swift,  pur utilizzando quindi un’ambientazione fantastica e romanzata, rinvia allegoricamente alla realtà ben nota e attuale dell’oppressione inglese in Irlanda, suo paese natale, esercitata dalle  componenti protestanti su quelle cattoliche. Per lo scrittore irlandese i conflitti che insanguinano la società non nascono da carenze della ragione, ma sono piuttosto conseguenza di un razionalismo che si rivela per quello che realmente è, se non imbrigliato da una superiore regola morale.

 Le vicende del romanzo sono segnate dal viaggio del protagonista in terre lontane e sconosciute, qui ci troviamo di fronte a continui cambiamenti di dimensioni e di prospettive, ora Gulliver è un gigante fra i minuscoli Lillipuziani, ora invece è un “lillipuziano” fra i giganti, ora un “animale quasi intelligente” e di “compagnia” tra i saggi e virtuosi Cavalli. Ciascuna tappa costituisce quindi un mutare di prospettiva, e se da un lato Gulliver guarda con gli occhi stupiti del viaggiatore straniero e quindi ingenuo, i costumi di società aliene, dall’altro è egli stesso oggetto di curiosità ed “alieno”, diverso per i popoli con cui viene a contatto. Questi schemi permettono oltre la già citata polemica contro la società inglese, anche la rivivificazione di oggetti e di situazioni note e banali che, guardate con sguardo vergine e non polemico presentano in modo divertito un oggetto noto, dandogli nuova vita.

Il punto di vista alieno dà quindi l’opportunità di vivere come momento sorprendente, non solo il risultato, ma anche il processo dello straniamento, dove le cose possono essere viste in un ottica totalmente nuova. Lo straniamento evoca e rende più vive le immagini delle cose difficili da accettare, cancellando la patina nota della normalità, descrivendo impietosamente, al di là del velo creato dall’abitudine, che le rende accettabili, anche le più grandi mostruosità del nostro mondo.  Lo stesso tipo di procedimento verrà poi utilizzato da tutta una serie di autori fino ai giorni nostri (da Montesquieu a Voltaire, da Goldsmith a Heinlein[3]), ed è del tutto indifferente come modalità ed effetto letterario se si tratta di un viaggiatore ingenuo che contempla la nostra civiltà corrotta,  o se come nel caso di Gulliver è un intera società di ingenui che giudicano un esponente ”medio” della nostra società. A complicare l’effetto della satira, Swift pone Gulliver a collaborare con il punto di vista alieno. Nelle sue perorazioni a favore della causa inglese si notano i primi segni di un identificazione, che diverrà totale con gli Houyhnhnm, fino a condurre Gulliver dalla disperazione alla follia, per la scoperta che l’uomo non è altro che la versione degenerata degli Yahoo ( esseri bestiali e mostruosi tra lo scimmiesco e l’umano, dominati dagli Houyhnhnm ), nel quale la ragione non ha sortito altro esito che quello di complicare e aumentare le esigenze umane, trasformandosi in malizia, ipocrisia, lussuria, avidità e distruttività. Una volta tornato a casa, disgustato dai suoi simili, passa quatto ore al giorno a parlare con dei normali cavalli che forse lo capiscono, ma non gli rispondono.

Il viaggio di Gulliver quindi rappresenta un’iniziazione inversa, la maturazione personale che arriva in seguito alle esperienze fatte e che sembra condurre Gulliver alla saggezza, lo porta invece alla follia. Il narratore-viaggiatore, divenuto alieno dopo essersi identificato totalmente con i saggi Cavalli, vede il nostro mondo come un ammasso di mostri che ispirano solo ribrezzo. Lo straniamento ha qui il suo culmine con il passaggio dall’ignoranza ingenua, alla nevrosi e alla follia, trasformando l’uomo in estraneo, in mostro. La conoscenza del mondo così com’è senza più i filtri dell’abitudine può portare all’estrema saggezza ma molto più spesso alla totale follia, in quanto l’uomo non si adatta, non accetta ciò che è costretto a vedere e per ciò la sua ragione soccombe.



[1] Swift : Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo. Rizzoli Libri, Milano 1995 pagg. 246-247-248.

[2] Introduzione ai : Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo curata da Maria Luisa Astaldi. Rizzoli Libri, Milano 1995  Pag. 17.

[3] Montesquieu Charles-Louis de Secondat :  Lettres persanes,  1721

Voltaire : L’ingénu ,1767

Goldsmith Oliver : The Citizen of the world, 1762, narra la storia di un cinese a Londra

Heinlein Robert Anson : Stranger in a strange land, 1961, parla di un  marziano sulla Terra.

BIBLIOGRAFIA

D’Agostini M. Enrica, ed., La letteratura di viaggio, storia e prospettive di un genere letterario,  Milano 1987.

Goldsmith Oliver : The Citizen of the world, 1762.

Heinlein Robert Anson : Stranger in a strange land, 1961.

Marengo F., Storia della civiltà letteraria inglese, Torino 1996.

Montesquieu  Charles-Louis de Secondat, Lettere Persiane, prima pubblicazione 1721,  Milano, 1984-2001.

Swift J., Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo,intr. M. Astaldi, illustrazioni Grandville,  Milano 1975-2000.

Swift J. : Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo. Rizzoli Libri, Milano 1995

Voltaire, Candido e altri romanzi, intr. L. Luporini , Firenze 1967 (Contiene i romanzi: Zadig Candido;  L’ingenuo;  Micromegas; La principessa di Babilonia).

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